September 18, 2021

Lavoro ibrido? Servono maturità digitale, best practice e supporto dei leader

L’83% dei lavoratori preferirebbe abbinare all’attività professionale in presenza la possibilità di svolgere attività da remoto fino al 75% del proprio tempo. La preferenza per il modello ibrido, in vista del generalizzato ritorno negli uffici, è ormai una costante degli studi dedicati a questo tema e anche il rapporto “The Future of Work: Productive Anywhere” di Accenture non fa eccezione. Condotto lo scorso marzo su un campione di oltre 9.300 addetti su scala internazionale in rappresentanza di diverse industry, lo studio evidenzia anche come il 40% degli intervistati ritenga di poter essere produttivo e soddisfatto sia svolgendo la propria professione completamente da remoto, sia fisicamente presso la propria azienda oppure seguendo un modello ibrido.

Se la possibilità di scegliere la “postazione” di lavoro è tendenzialmente un viatico per costruire relazioni lavorative più solide e una permanenza a lungo termine in azienda, non esiste però una ricetta universale e valida per tutte le generazioni. Tre lavoratori su quattro della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2010), desiderano per esempio maggiori opportunità di collaborazione in presenza con i colleghi, mentre gli esponenti della Generazione X (chi è nato tra il 1960 e il 1980) che sono dello stesso avviso si riducono ai due terzi (il 66%, contro il 74% dei primi) del totale.

Visioni differenti, dunque, dettate dalle diverse esperienze vissute nel mondo del lavoro e dai ruoli coperti all’interno dell’organizzazione. In ogni caso, tutti si devono rapportare con una delle componenti più importanti dell’operare fuori dall’ufficio, e cioè la disponibilità o meno di risorse aziendali e personali adeguate (tecnologiche e non solo) per essere sempre produttivi indipendentemente dal luogo. La presenza di autonomia lavorativa e di una leadership che sa essere di supporto, abbinata alla maturità digitale dell’azienda di appartenenza, sono infatti gli elementi che fanno la differenza fra i lavoratori che si ritengono produttivi (il 40% del campione) e quelli che invece sono considerati disconnessi e frustrati (l’8%).

Non è questione di stress, dunque, ma di condizioni di lavoro che devono riflettere un cambiamento e un’evoluzione (anche a livello di management) che la pandemia, come tutti o quasi sostengono, ha accelerato. E non è tutto. Le aziende che supportano la produttività e hanno cura dello stato psicofisico dei propri lavoratori ne traggono anche benefici di natura finanziaria: il 63% delle organizzazioni che hanno già messo in atto modelli “productive anywhere”, offrendo ai propri dipendenti la possibilità di lavorare in modo ibrido da remoto o in ufficio, ha registrato una crescita elevata del fatturato mentre la stragrande maggioranza (il 69%) con crescita negativa o inesistente è ancora incentrata sul luogo fisico.

Ai leader, questo l’assunto finale dello studio, spetta dunque il compito di abbandonare l’idea che il modello di lavoro di domani debba essere necessariamente incentrato sulla presenza in azienda e di fare proprio un modello capace di offrire al personale le risorse necessarie per essere produttive. Come? Accelerare verso una più moderna gestione delle risorse umane, secondo gli esperti di Accenture, è il primo passo da compiere attraverso lo sviluppo di strategie che considerino, tra le diverse dimensioni, anche quelle emotiva-relazionale e fisica-mentale.

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