September 18, 2021

La capacità di adattamento non deve portarci a “dare per scontato”

A più di un anno di distanza dal suo arrivo in Italia, l’emergenza Covid resta un’emergenza. Le sue caratteristiche di imprevedibilità, ampiezza e pericolosità per la salute di tutti la rendono ancora un evento da considerare e gestire come un’emergenza. Non c’è dubbio. Dopo un anno però si può dire che è in parte diventata anche un po’ quotidianità: un fatto con cui facciamo i conti tutti i giorni. Con questa accezione di fenomeno che accompagna la nostra quotidianità, ci offre l’opportunità di mettere in luce una nostra grandissima capacità: quella di adattamento e adeguamento delle nostre abitudini al contesto.

Giorno dopo giorno abbiamo sopportato i tre mesi chiusi in casa durante il lockdown, abbiamo spostato quasi tutte le nostre attività lavorative nel mondo digitale e portato a casa la nostra organizzazione lavorativa. Abbiamo modificato la struttura dalle nostre giornate, in genere aumentando la qualità di ore dedicate al lavoro e riducendo quelle per gli spazi personali; abbiamo imparato a vivere e portare avanti le relazioni sociali solo al telefono o via call; ci siamo abituati a bere un caffè stando in piedi davanti al locale, a fare la fila per entrare nei negozi, a non stringerci la mano quando ci incontriamo per strada o a non abbracciare un amico.

La sequenza delle attività per uscire di casa è diventata automatica: telefono, chiavi, mascherina; ok c’è tutto. Siamo davvero esseri con una capacità di adattamento spettacolare. E questo è un bene e una grande cosa, che ci facilita il vivere, visti i cambiamenti continui in cui siamo immersi, al di là dell’emergenza attuale.

Ma la capacità di adattamento può presentare una sfumatura pericolosa. Tra le abitudini che abbiamo appreso e alle quali ci siamo adattati c’è anche il bollettino serale sui numeri della pandemia e l’elenco dei dati su ricoveri, contagi e soprattutto sul numero di morti. Nel primo lockdown ogni sera stavamo incollati davanti ai notiziari e un numero come 400 metteva i brividi. Oggi non più. Prendiamo atto che il numero è 400 e le reazioni sono molto smussate. A volte quasi nulle.

Oggi davanti a numeri in realtà ancora impressionanti reagiamo così non perché siamo persone crudeli o solo perché esasperati vogliamo tornare alla nostra vita precedente. Lo facciamo perché ci siamo abituati a tali valori. Perché ogni giorno da un anno seguiamo lo stesso schema quotidiano di comportamento, e da un anno ogni giorno seguiamo le stesse notizie. Perché il numero ha perso il suo valore di sensazionalità: la nostra vita prosegue con le nuove abitudini e, nell’adattamento, abbiamo trasformato fatti eccezionali in fatti normali, ripetitivi e in qualche modo accettabili.

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