September 18, 2021

Disoccupazione uguale fallimento? Spesso è lì che si trovano i talenti

È ormai un dato tristemente noto quanto l’anno di pandemia appena trascorso abbia pesato particolarmente su molti lavoratori, specialmente giovani e donne. I dati resi noti dall’Istat e dall’Eurostat ci restituiscono un bilancio fatto di un aumento preoccupante dell’inattività tra gli under 35 e di un crollo verticale dal punto di vista dell’occupazione femminile. Di fronte ad una crescente crisi dell’occupazione, dovuta al momento contingente, è necessario comprendere gli effetti sociologici di quella che Ofer Sharone, autore del libro “Flawed System/Flawed Self: Job Searching and Unployment Experiences”, chiama “the LTU stigma” (the long-term unemployment stigma) e cioè il pregiudizio che colpisce le persone che hanno perso il lavoro da più di sei mesi.

Da professionista e osservatore dell’ambito della selezione e delle risorse umane, non posso che constatare quanto questo marchio rispetto alla disoccupazione sia presente nelle menti e nelle pratiche di alcune culture organizzative. Molti reclutatori, infatti, continuano a preferire ciò che chiamiamo “il candidato passivo”. Secondo la loro scala di giudizio, il candidato “top” è quello che viene identificato tra gli occupati e non in cerca di lavoro; la seconda scelta si esprime verso gli occupati e in cerca di lavoro, mentre sull’ultimo gradino troviamo i disoccupati e in cerca di lavoro.

Il tema di fondo è che se un candidato è attivamente alla ricerca di un impiego e disoccupato, è meno desiderabile del candidato che già un lavoro ce l’ha. E le persone in cerca di lavoro sono consapevoli di questo atteggiamento: secondo un sondaggio di LinkedIn dell’ottobre 2020, l’84% degli americani crede che questo sia un vero e proprio stigma negativo associato alla disoccupazione e il 67% crede che questo pregiudizio stia influenzando la loro capacità di essere assunti.

Ciò che risulta preoccupante da un punto di vista sociale e psicologico, è che la consapevolezza dell’esistenza di questi bias crei, in molti, una tale demotivazione dal rinunciare alla ricerca, un trauma dal quale è difficile risollevarsi. Nella ricerca di Linkedin menzionata emerge anche il dato che il 46% delle persone in cerca di un’occupazione ha ammesso di aver mentito in relazione al proprio stato di disoccupazione. La triste verità è che spesso si vergognano. Alle radici di questo sentimento di inettitudine e fallimento sussistono, inevitabilmente, motivazioni personali e atteggiamenti individuali profondi, tuttavia non possiamo negare quanto un certo modo di declinare ed intendere il successo e la riuscita, negli ultimi 30 anni, possa aver contribuito a questo sentimento di disfatta e profonda depressione, che avvertiamo anche a livello collettivo.

Infatti, una cultura incentrata sul “tutto dipende da te” e “se vuoi, puoi”, se da un lato ha incentivato molti di noi a sfidare se stessi, perseverare verso il traguardo e a non mollare di fronte alla difficoltà per raggiungere il proprio obiettivo, dall’altro lato ha generato l’opinione diffusa, a livello latente e implicito, che se alla fine qualcuno non ci riesce a tagliare il nastro della vittoria, vuol dire che, o non era abbastanza “bravo”, o non abbastanza tenace, o non abbastanza motivato; insomma, non abbastanza.

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