September 18, 2021

I trend manageriali post pandemia: nuovi stili di leadership

La pandemia non ha solamente imposto nuovi modelli di organizzazione e di lavoro per rispondere all’emergenza sanitaria. Ha introdotto nuovi stili di leadership e nuove modalità per guidare e gestire i team. Ha dato un nuovo peso a valori come fiducia, libertà, cura, benessere, delineando un nuovo vocabolario organizzativo. Ha rimesso al centro l’importanza delle soft skills, più che i titoli e i ruoli predefiniti. A oltre un anno dal Covid, si possono evidenziare alcune tendenze manageriali che hanno contraddistinto questi mesi, destinate a restare nella nuova normalità e a definire chi saranno i leader aziendali di domani.

Innanzitutto, è cambiato il modo di essere il “capo” nelle aziende chiamate a fronteggiare l’emergenza sanitaria e la sfida della ripresa. Nell’era dello smart working, siamo passati in poco tempo da organizzazioni tradizionali basate sul controllo delle attività, a modelli “agili” incentrati sulla responsabilizzazione individuale. Ed è emersa l’esigenza di uno stile di leadership che promuova e valorizzi la “libertà” delle persone, perché ormai è chiaro a tutti che senza coinvolgimento, entusiasmo, disponibilità a mettersi in gioco, senza contributo di creatività e passione è impossibile raggiungere i risultati. Ma tutto questo non si può ottenere con il controllo, solo con la fiducia e la delega. È un’innovazione radicale – molto più della stessa riorganizzazione di tempi e spazi di lavoro – su cui non si tornerà indietro.

Poi, l’esperienza del Covid ha accelerato una tendenza in atto da tempo: più che il ruolo definito nell’organigramma, oggi conta l’esperienza. A fare davvero la differenza sono i risultati ottenuti nei progetti portati a termine. In questo anno, molti lavoratori hanno dovuto sperimentare nuove attività e reinventare i confini delle loro professioni. In linea con questa evoluzione, le persone oggi sono considerate in azienda più per le attività svolte, la capacità di portare a termine i progetti assegnati, piuttosto che sul ruolo predefinito e sul loro job title.

Con un corollario: oggi più che mai, sono le persone ad avere in mano il pallino della loro carriera, ad essere artefici del proprio successo o insuccesso. Ma questo comporta anche un cambiamento nella valutazione e nella misurazione delle performance, volte a misurare correttamente i risultati del lavoro.Tra i criteri di valutazione, mai come ora, rientrano i comportamenti organizzativi, la capacità di cooperazione e di mettere a fattor comune il talento.

Una delle lezioni di questo anno vissuto a fronteggiare gli imprevisti, a distanza, con organizzazioni “diffuse”, è la consapevolezza che nessuno, anche il più grande fuoriclasse, possa farcela da solo. A fare davvero la differenza è il team, la capacità di lavorare insieme. Si è rafforzato il concetto di “alleanza” per un progetto comune. E si è capito che il capo che vince è quello che riesce a valorizzare il capitale umano che si ritrova a disposizione e ottiene risultati grazie al lavoro dei collaboratori, anche se non li ha scelti personalmente. Il manager che porta con sé la propria squadra nella nuova realtà, l’accentratore che mette l’”io” davanti al “noi”, semplicemente, non funziona più.

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