September 18, 2021

Epidemia e under 30: carriera “a rischio” per colpa dello smart working?

Gli studi che provano a delineare gli effetti provocati dal lavoro a distanza sulle dinamiche organizzative delle grandi aziende ormai si sprecano. Molto meno numerose, invece, sono le ricerche che indagano sulle ripercussioni dello smart working prolungato (e della prospettiva di continuare a svolgere la propria professione in modalità remota) tra gli addetti delle piccole e medie imprese. Un’indagine condotta da Censuswide per Sharp su oltre 6mila impiegati di otto Paesi europei (Italia compresa) evidenzia per l’appunto le conseguenze generate dalla pandemia di Covid-19 sulle esigenze di chi opera nelle Pmi e le loro aspettative future, delineando un quadro decisamente poco incoraggiante circa le aspirazioni di carriera dei “nativi digitali.

Ansia e incertezza, si legge nella nota che accompagna lo studio, sono sensazioni molto comuni per questa classe di lavoratori e fra gli aspetti che provocano maggiore preoccupazione vi sono la stabilità economica generale, la difficoltà nel mantenere aggiornate le proprie competenze e la mancanza di formazione e di opportunità di carriera. Per gli under 30, in particolare, è l’ultima voce a destare maggiore preoccupazione, perché l’attuale situazione può mettere rischio la loro crescita professionale.

Veniamo a qualche numero relativo al campione italiano. Per il 48,7% degli intervistati in testa alle priorità professionali di questa fase c’è la certezza della continuità lavorativa, seguita dalla possibilità di usufruire di strumenti tecnologici adeguati per lavorare in smart working (voce citata nel 46% dei casi). Con il cambiamento dei modelli organizzativi, come attesta la ricerca, sembra essere mutato anche il rapporto rispetto al datore di lavoro: per una buona fetta di addetti (circa il 42%), ciò che oggi viene maggiormente apprezzato è il trattamento loro riservato dal datore di lavoro, mentre una porzione quasi paritaria di lavoratori (il 41%) considera essenziale il supporto fisico e psicologico dei dipendenti.

Poco meno del 46% degli intervistati italiani, rispetto a questo ultimo punto, dichiara inoltre che il benessere dei remote worker dipende essenzialmente dalla possibilità di avere orari flessibili, mentre per il 44% è strettamente collegato all’apprendimento di nuove competenze tramite la formazione online e per il 36% sono i benefit di natura finanziaria (per esempio prestiti senza interessi) il fattore su cui puntare maggiormente.

Spicca, fra i tanti indicatori che concorrono a dipingere lo scenario prossimo venturo prospettato dai lavoratori delle Pmi, la percentuale relativa a chi opterebbe per il lavoro full time da remoto, che si ferma solo al 16,6% ed è praticamente dimezzata rispetto a quella (pari a oltre il 30%) di coloro che puntano sulla possibilità di bilanciare attività da casa e lavoro in sede.

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