September 18, 2021

Fra emergenza e nuova normalità: così cambiano le politiche di remunerazione

L’annuale appuntamento organizzato da Willis Towers Watson per discutere dell’evoluzione del settore Hr è stato fortemente caratterizzato dagli impatti della pandemia Covid 19 sul mondo del lavoro. E non poteva essere altrimenti. La due giorni di incontri, svoltasi completamente online, è stata comunque l’occasione per discutere dei risultati dello studio sulle politiche di retribuzione dei dipendenti attuate sia in Italia che nei principali Paesi europei. Studio che ha interessato circa 450 medie aziende appartenenti ai principali settori, con l’eccezione dei servizi finanziari.

Nel complesso sono state raccolte circa 150mila osservazioni, rappresentative di una popolazione con un’età media vicina ai 45 anni, con un’anzianità di servizio di circa 13 anni e nella metà dei casi appartenente alla fascia dei professional (la percentuale di manager coinvolta nell’indagine sfiora il 15%).

Il primo dato che balza all’occhio è quello che testimonia, in linea generale, un aumento organico delle retribuzioni in Italia nel corso del 2020: gli stipendi sono infatti cresciuti del 2,4% ma solo per effetto degli adeguamenti previsti a livello contrattuale (tenendo in considerazione l’incidenza del tasso di inflazione, negativo dello 0,2%, l’incremento reale sale al 2,6%, un valore secondo solo a quello della Spagna). Il 70% delle aziende italiane, inoltre, ha incluso in automatico nel cedolino di marzo (in coincidenza con l’inizio del lockdown) gli adeguamenti di stipendio previsti per l’anno in corso.

Molto simile la situazione registrata nel resto dell’Europa Occidentale, dove gli aumenti effettivi nominali oscillano tra il 2% ed il 2,7%.Gli effetti della pandemia, in ogni caso, si stanno facendo sentire e in estrema sintesi si può dire che il Covid 19 abbia ridotto, in modo disomogeneo tra i vari Paesi europei, l’entità degli scatti retributivi inizialmente pianificati. Se il differenziale per l’Italia si ferma allo 0,1% (come per Irlanda, Spagna e Svizzera) e in Belgio sale invece allo 0,4%, l’incidenza maggiore interessa Germania e Regno Unito, nazioni con un mercato del lavoro più flessibile e con numero assoluto di lavoratori dipendenti più consistente: qui l’aumento degli stipendi ha registrato una frenata dello 0,3% rispetto a quanto preventivato inizialmente.

Commentando i dati in esclusiva per il Sole24ore.com, Rodolfo Monni, responsabile indagini retributive di Willis Towers Watson, parla non a caso di “un aumento fisiologico delle buste paga, dettato dall’anzianità dei dipendenti e da quanto previsto dai rispettivi contratti collettivi di lavoro, considerando anche che le politiche di retribuzione operate dalle aziende multinazionali tengono conto degli indicatori legati all’inflazione, e questi ultimi sono in Italia vicini allo zero”.

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