September 18, 2021

Il falso mito della precarietà ci fa dimenticare il rischio reale

All’inizio della pandemia ha suscitato scalpore il fatto che una ricercatrice del team italiano che ha isolato il Coronavirus lavorasse con un contratto precario. La storia del giovane talento costretto alla precarietà e magari all’espatrio è ormai diventato quasi un genere letterario con cui è molto facile confezionare titoli ad effetto e alimentare una sorta di vittimismo collettivo: precarietà, sfruttamento, ingiustizia.

Se ne parla da anni, nelle piazze, in tv, sui social. La politica sperimenta le più svariate misure normative di contrasto, ma la precarietà, implacabile, non indietreggia nelle statistiche. Forse allora i tempi sono maturi per provare a cimentarci in una lettura meno piagnucolosa e più oggettiva di questo fenomeno.

Una prima riflessione da cui partire è che la precarietà nel lavoro è esistita sempre. Nelle economie sviluppate dell’Occidente solo a partire dal dopoguerra si è affermato il concetto di «contratto di lavoro standard»: full time e a tempo indeterminato. È stata un’innovazione giuridica e sociale enorme nella storia dell’umanità, frutto di secoli di battaglie politiche. L’abbiamo talmente tanto interiorizzata che oggi non riusciamo più a realizzarne la portata storica. Ci sembra normale che il nostro datore di lavoro, sia esso lo stato o un privato, si debba impegnare con noi «fin che morte non ci separi». Lo diamo per scontato.

Ci rendiamo conto che i cicli di vita di prodotti, aziende, tecnologie, stili di consumo, nascono e muoiono nell’orizzonte di anni, talvolta di mesi. Sappiamo che la velocità divora tutto e l’instabilità è ovunque nelle nostre vite. Sappiamo che le finanze pubbliche sono in ristrettezze. Sappiamo che per le imprese, soprattutto le più piccole, un lavoratore improduttivo (magari perché a seguito di un cambio di tecnologia diventa impossibile riconvertire le sue competenze) è un peso insostenibile.

Eppure nonostante tutto ciò nella nostra mentalità i rapporti di lavoro devono nascere come matrimoni: si parte con la promessa del fin che morte non ci separi, poi si vedrà. E se non nascono come matrimoni allora sono lavori di serie b, lavoretti.

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